JESI, 11 giugno 2016 – Ci hanno pensato gli Ultras Jesi a spiegare, ancora una volta, a chi è riservata la nuova altalena, la seconda in città, posizionata nell’area giochi per disabili ai giardini pubblici di viale Cavallotti.
Attenzione! Questa altalena è per ragazzini/e diversamente speciali, non ci possono salire tutti, sta ai genitori e al loro senso di civiltà rispettare questa regola e mantenere intatto questo immenso patrimonio della nostra città. Ultras Jesi”.
Per leggere la notizia clicca qui: http://www.qdmnotizie.it/jesi-laltalena-non-tutti-lavviso-degli-ultras-jesi/Noi di Parchi per Tutti ci teniamo a precisare che sarebbe meglio usare termini corretti ovvero ragazzi con disabilità. Diversamente speciali pone l’attenzione sulla diversità e l’essere speciale, (quindi non facente parte delle persone “normali”). Se vogliamo aspirare a una società in cui tutte le persone sono davvero uguali, hanno uguali diritti e doveri e pari opportunità sociali, dobbiamo sforzarci di utilizzare termini corretti. Continuare a utilizzare termini che sottolineano la condizione di “diverso” e/o “speciale” non ci porterà mai all’inclusione. Le parole esprimono ciò che pensiamo senza scriverlo in maniera esplicita, ovvero che alcune persone non sono uguali a noi. Definire “speciale” una persona la pone su un piano diverso dal nostro.

Per approfondire:

Disabilità. L’indicazione è semplice e permette poi di capire meglio come si possa scegliere il linguaggio più giusto: utilizzare “persona con disabilità”, mettendo la persona al primo posto ed eventualmente, se servisse, facendo seguire la sua condizione. Basta con: invalido, diversamente abile, disabile, tanto meno handicappato o ritardato. Chi è nato con la sindrome di Down non è “un down”, ma “persona con sindrome di Down”. E via di questo passo.
Continua a leggere qui:
http://invisibili.corriere.it/2013/04/22/le-parole-per-dirlo-ora-ce-anche-una-guida-parlare-civile/
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Persona con disabilità” ha iniziato con questo termine il giornalista Franco Bomprezzi: “non ha sinonimi, non può essere contrabbandata con altre locuzioni, più o meno edulcorate. È oggi la definizione più corretta e condivisa a livello planetario per indicare quello che fino a ieri si definiva “portatore di handicap” o semplicemente “il disabile”. La qualità intrinseca di questa espressione sottolinea la “persona”, ossia la identità individuale imprescindibile e completa di ogni individuo. Mentre la specificazione “con disabilità” aggiunge la specificità, non nega la condizione di disabilità, ma la sottrae al corpo e alla mente della persona, collocandola nella dimensione della relazione funzionale”.

Continua a leggere qui:
http://www.superabile.it/web/it/REGIONI/Piemonte/Inchieste_e_dossier/info833154767.html

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Le parole mostrano la cultura, il grado di civiltà, il modo di pensare, il livello di attenzione verso i più deboli. Ci sono parole da usare e non usare. E quelle da non usare non vanno usate. Hai voglia a dire: chiamami come vuoi, l’importante è che mi rispetti. No! Se mi chiami in maniera sbagliata mi manchi di rispetto.
Semplicemente: persona con disabilità. L’attenzione sta lì, sulla persona. La sua condizione, se proprio serve esprimerla, viene dopo. La persona (il bambino, la ragazza, l’atleta ecc.) al primo posto. Questa è una delle indicazioni fondamentali che giungono dalla “Convenzione Internazionale sui diritti delle persone con disabilità”. Non: diversamente abile, disabile, handicappato, portatore di handicap, invalido …
Continua a leggere qui:
http://invisibili.corriere.it/2012/04/05/invalido-a-chi-disabilita-le-parole-corrette/

Claudia Protti & Raffaella Bedetti – © Parchi per Tutti

 

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